all’opuscolo di Armando Libotte:

Pensieri sullo sport, Tipografia La commerciale, 1964, pag. 15

Rispetto dell’avversario

Nei dizionari, sotto la voce “avversario”, si legge « nemico » .

Ma un avversario è sempre un nemico? Non lo diremmo. Uno può contrastare un’idea di un altro e contendergli  il possesso di una cosa, senza per questo essergli nemico. Basta che la disputa avvenga in termini corretti. Nello sport, poi, non ci sono né avversari né nemici.  La competizione sportiva rappresenta altro che il confronto amichevole fra due forze desiderose di misurare i limiti delle proprie possibilità o capacità.

Dove non ci sono concorrenti, non c’è competizione, quindi non c’è sport. Il competitore è dunque necessario, e la sua figura, per l’esistenza stessa dello sport, va difesa. Questa difesa avviene su un duplice fronte: tecnico e morale.

La difesa tecnica è rappresentata dalle regole del gioco, quella morale abbraccia un campo più vasto e ideale.

Il primo passo nella difesa morale del competitore, è il libero riconoscimento da parte di tutti -praticanti e pubblico- del carattere indispensabile della sua presenza. Ma il riconoscimento dell’indispensabilità del competitore non è ancora garanzia della sua salvaguardia.

La prova lampante l’abbiamo in certe partite di calcio, in cui il rispetto della parte “avversaria” si riduce spesso a ben poca cosa. La difesa morale del competitore può avvenire unicamente attraverso il riconoscimento del fatto che nello sport la figura dell’avversario, sinonimo di nemico, non esiste.

Il competitore, ovvero sia “colui che sta dall’altra parte”, ( o comunque in posizione tale – davanti, al fianco, dietro, a seconda della natura del cimento- da contendere la posta in gioco) non è, in fondo, che un “esaminatore” della capacità dell’altra parte in gara.

E perché allora si dovrebbe nutrire rancore verso chi rende un simile prezioso servizio? Qualunque sia l’esito della competizione – conseguimento della vittoria o non importa quale piazzamento – ogni competitore ha da essere riconoscente all’altro o agli altri per il fatto di essersi prestato quale elemento di confronto e stimolatore del proprio spirito di emulazione. Più forte è risultata l’opposizione, più grande ha da essere il sentimento di riconoscenza. È nella severità della lotta che si temprano le forze e il carattere e sono i forti che trascinano gli altri a superarsi.

Il termine di “avversario-nemico” ha, dunque, da essere abolito completamente dalla fraseologia sportiva. Essa non corrisponde allo spirito e alla realtà dello sport. Gli sportivi autentici sono dei buoni camerati, pronti a scendere in lizza l’un contro l’altro, a lottare strenuamente, non per affermare l’uno sull’altro, una effimera superiorità, ma per suscitare in ognuno e reciprocamente le migliori doti di coraggio, di forza e di volontà.

 Benedetto XVI, 6 ottobre 2007

 

Lo Sport non deve ridursi a mera ricerca di risultati

Quando è vissuto con lo spirito giusto, lo sport aiuta a promuovere lo sviluppo della persona.

Lo sport aiuta l’uomo a percepire le proprie capacità come un talento e la sua vita come dono di Dio. Anche quando si pratica sport ad alti ivelli, bisogna preservare l’armonia interiore tra corpo e spirito, non riducendo lo sport soltanto alla mera ricerca di risultati.

Tenacia, spirito di sacrificio, disciplina interiore ed esteriore e, ancora, senso di giustizia, consapevolezza dei propri limiti, rispetto dell’altro sono virtù su cui bisogna allenarsi anche nella vita quotidiana.

In un periodo in cui si riscontra una perdita di valori e una mancanza di orientamento, gli atleti possono dare motivazioni forti per lottare in favore del bene, nei diversi contesti della vita, dalla famiglia al lavoro.

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