Lo sport deve andare di pari passo con agonismo e gara?

Tra i ragazzi che frequentano la nostra società (sportiva) capita di tanto in tanto di sentire qualcuno fare affermazioni del genere: “io voglio remare solo per divertirmi e non voglio fare gare, lo sport non deve essere necessariamente competitivo”.

Noi chiediamo che ognuno sia disponibile a confrontarsi con gli altri e che si faccia un’attività volta a migliorare costantemente le proprie capacità e le proprie prestazioni, cioè di fare del “canottaggio sportivo”.

Ma cosa significa veramente sport? E cosa vuol dire fare sport e remare in una società sportiva?

Per chiarire bene le cose vi riportiamo alcune considerazioni espresse dal Prof. Luca Grion, Docente di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Udine:

“….non basta compiere un gesto atletico per essere di fronte ad una pratica sportiva. Possiamo correre, ad esempio, per tanti motivi: perché stiamo perdendo un treno, per svagarci e stare all’aria aperta, per mantenerci in salute, oppure per il piacere di metterci alla prova ingaggiando una gara con altri. Il gesto fisico è lo stesso, ma solo nell’ultimo caso siamo di fronte ad un’attività (propriamente) sportiva. Lo sport, infatti, è essenzialmente gioco agonistico, un tipo di pratica che si costruisce attorno a quella che Bernard Suit definisce “attitudine ludica”. Con questa espressione il filosofo americano indicava il piacere di competere, affrontando ostacoli non necessari, per il gusto di vedere se si è in grado di superarli (e di superarli meglio di coloro che, con noi, raccolgono quel tipo di sfida). Proprio per questo la pratica sportiva richiede regole precise, condivise dalla comunità dei praticanti e garantite da istituzioni che ne vigilano il rispetto.

Il fine del gioco agonistico, dunque, non consiste soltanto nel conseguire un determinato obiettivo (ad esempio percorrere una certa distanza), ma nel farlo rispettando determinate regole che, per lo più, impediscono l’utilizzo di quei mezzi che, da un punto di vita pratico, potrebbero essere i più efficienti. Questo perché ciò che conta non è tanto il cosa (si fa) ma il come. Per capirci: se devo percorrere una certa distanza nel minor tempo possibile, ci sono certamente mezzi più efficienti dell’andare a piedi; eppure, nelle gare di atletica, si sceglie proprio quel mezzo e, in alcuni casi, si frappongono anche degli ostacoli lungo il percorso.  E tutto questo solo per rendere la sfida più interessante. Poi, certamente, si celebrerà il più bravo, il più veloce, colui che sarà capace di conseguire un nuovo record; ma il minor tempo possibile non è il fine principale di quel tipo di pratica. Il fine del gioco agonistico –  e lo sport resta, prima di ogni altra cosa, un gioco – è vincere nel rispetto di regole che, paradossalmente, affondano le loro radici nell’inefficienza.

Piccola chiosa: dire che il valore vittoria assume un ruolo essenziale – testimoniato dal fatto che è proprio la regola che spiega cosa fare per vincere che qualifica i vari giochi agonistici – non implica che la vittoria sia l’unico valore in gioco. Anzi! Accanto ad esso ce ne sono molti altri, così come ci sono molti possibili modi di essere competitivi (e il più interessante, forse, è esserlo nei confronti di sé stessi, delle proprie fragilità e dei propri limiti). D’altro canto, proprio l’avere occhi solo per la vittoria genera le peggiori storture e rende l’attività sportiva un luogo diseducativo, anziché un ambiente formativo. Tuttavia, è chiaro che l’espressione” sport non agonistico” rappresenta una contraddizione in termini……”

http://www.repubblica.it/sport/running/storie/2017/05/26/news/_sfida_e_agonismo_vere_anime_dello_sport_tutto_il_resto_e_solo_spettacolo_-166494275/

Spero che queste spiegazioni abbiano chiarito il concetto.

La nostra società sportiva si chiama “Scuola di canottaggio” ma è una scuola sportiva e non è un’entità commerciale che vende corsi e lezioni di canottaggio (ce ne sono, analogamente a scuole di sci, di tennis, ecc.); quindi non insegna solo il gesto atletico del canottaggio necessario a muoversi sull’acqua, ma insegna ad eseguirlo in un contesto di confronto ludico, cioè agonistico (divertirsi nel confrontarsi). Un contesto che implica il rispetto di regole e porta pure ognuno a cercare di migliorarsi e superarsi, di battere innanzitutto sé stesso.

Questo è importante da capire perché la formazione che si vuole dare è soprattutto di tipo etico e morale e altrimenti non può essere raggiunta.

I costi di questa formazione per un ragazzo sono estremamente ridotti (anche se vengono messi a disposizione mezzi e strutture molto costose) perché la Confederazione mediante G+S e il Cantone mediante Swisslos aiutano le società sportive in questa attività formativa presupponendo però che si faccia effettivamente “sport” e che la conseguenza dell’attività svolta in società sia la partecipazione agli eventi ludici che nel nostro caso sono le regate o le gare indoor.

Fare attività in un centro fitness o in una scuola che vende corsi e lezioni, iscriversi alle uscite di un club che organizza il bus per trasferte per sciare o slittare non è fare sport e difatti non è sovvenzionato e costa almeno 50 volte di più.

Quindi quando la società chiede la partecipazione ad una gara uno deve essere disponibile?

Certamente sì! La società chiederà la partecipazione solo se ritiene la gara adatta all’atleta e se ritiene l’atleta preparato per quella gara.

Ma uno deve “ammazzarsi” di allenamenti perché si va a fare le gare?

Certamente no! Ognuno deve fare solo un minimo richiesto che non è mortale, i famosi tre allenamenti per settimana. E ciò imparando ad organizzarsi bene con scuola e altri impegni. Se poi uno di allenamenti può e ne vuole fare di più la società lo aiuterà a farne … fino a un massimo di 21 alla settimana.

Ma uno deve sentirsi in obbligo di vincere o non deve arrivare ultimo per non fare una brutta figura?

Certamente no! Chi arriva ultimo ha innanzitutto battuto tutti quelli che non hanno corso e avrà vinto se è stato capace di superare sé stesso. E uno che è arrivato primo avrà perso se non si è superato o se non è stato leale (per esempio dopandosi o imbrogliando o rubando alla partenza o ostacolando gli altri, ecc.).

Ma è giusto cercare sempre di battere gli altri?

È giusto cercare sempre di battere sé stessi. Gli altri sono degli avversari ma non dei nemici: sono degli amici che ti aiutano a superarti. Se ti battono devi complimentarti con loro. Se li batti li devi rispettare come persone perché ti hanno aiutato; pensa sempre che probabilmente ti sapranno battere in altre cose dove sono più bravi di te.


all’opuscolo di Armando Libotte:

Pensieri sullo sport, Tipografia La commerciale, 1964, pag. 15

Rispetto dell’avversario

Nei dizionari, sotto la voce “avversario”, si legge « nemico » .

Ma un avversario è sempre un nemico? Non lo diremmo. Uno può contrastare un’idea di un altro e contendergli  il possesso di una cosa, senza per questo essergli nemico. Basta che la disputa avvenga in termini corretti. Nello sport, poi, non ci sono né avversari né nemici.  La competizione sportiva rappresenta altro che il confronto amichevole fra due forze desiderose di misurare i limiti delle proprie possibilità o capacità.

Dove non ci sono concorrenti, non c’è competizione, quindi non c’è sport. Il competitore è dunque necessario, e la sua figura, per l’esistenza stessa dello sport, va difesa. Questa difesa avviene su un duplice fronte: tecnico e morale.

La difesa tecnica è rappresentata dalle regole del gioco, quella morale abbraccia un campo più vasto e ideale.

Il primo passo nella difesa morale del competitore, è il libero riconoscimento da parte di tutti -praticanti e pubblico- del carattere indispensabile della sua presenza. Ma il riconoscimento dell’indispensabilità del competitore non è ancora garanzia della sua salvaguardia.

La prova lampante l’abbiamo in certe partite di calcio, in cui il rispetto della parte “avversaria” si riduce spesso a ben poca cosa. La difesa morale del competitore può avvenire unicamente attraverso il riconoscimento del fatto che nello sport la figura dell’avversario, sinonimo di nemico, non esiste.

Il competitore, ovvero sia “colui che sta dall’altra parte”, ( o comunque in posizione tale – davanti, al fianco, dietro, a seconda della natura del cimento- da contendere la posta in gioco) non è, in fondo, che un “esaminatore” della capacità dell’altra parte in gara.

E perché allora si dovrebbe nutrire rancore verso chi rende un simile prezioso servizio? Qualunque sia l’esito della competizione – conseguimento della vittoria o non importa quale piazzamento – ogni competitore ha da essere riconoscente all’altro o agli altri per il fatto di essersi prestato quale elemento di confronto e stimolatore del proprio spirito di emulazione. Più forte è risultata l’opposizione, più grande ha da essere il sentimento di riconoscenza. È nella severità della lotta che si temprano le forze e il carattere e sono i forti che trascinano gli altri a superarsi.

Il termine di “avversario-nemico” ha, dunque, da essere abolito completamente dalla fraseologia sportiva. Essa non corrisponde allo spirito e alla realtà dello sport. Gli sportivi autentici sono dei buoni camerati, pronti a scendere in lizza l’un contro l’altro, a lottare strenuamente, non per affermare l’uno sull’altro, una effimera superiorità, ma per suscitare in ognuno e reciprocamente le migliori doti di coraggio, di forza e di volontà.

 Benedetto XVI, 6 ottobre 2007


Lo Sport non deve ridursi a mera ricerca di risultati

Quando è vissuto con lo spirito giusto, lo sport aiuta a promuovere lo sviluppo della persona.

Lo sport aiuta l’uomo a percepire le proprie capacità come un talento e la sua vita come dono di Dio. Anche quando si pratica sport ad alti ivelli, bisogna preservare l’armonia interiore tra corpo e spirito, non riducendo lo sport soltanto alla mera ricerca di risultati.

Tenacia, spirito di sacrificio, disciplina interiore ed esteriore e, ancora, senso di giustizia, consapevolezza dei propri limiti, rispetto dell’altro sono virtù su cui bisogna allenarsi anche nella vita quotidiana.

In un periodo in cui si riscontra una perdita di valori e una mancanza di orientamento, gli atleti possono dare motivazioni forti per lottare in favore del bene, nei diversi contesti della vita, dalla famiglia al lavoro.

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